Abitare il mondo nell’era dell’Internet of Things

L’edizione 2014 dei Dialoghi sull’uomo si è conclusa con più di 18mila presenze, il 20% di affluenza in più rispetto allo scorso anno. Numeri che la sesta edizione (dal 22 al 24 maggio) del festival di antropologia del contemporaneo promette di superare. Promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto da Giulia Cogoli, il festival rappresenta un impegno concreto a favore della divulgazione di contenuti di qualità a un pubblico sempre più vasto. Tre giornate di incontri, spettacoli, conferenze e dialoghi che animano – con un linguaggio accessibile a tutti – il centro storico di Pistoia. Un modo per dimostrare agli esperti di marketing che lo spettacolo della conoscenza può riempire le piazze e anche le teste delle persone.

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Abitare il mondo è il tema di quest’anno. Le case dell’uomo scandiscono la storia della civiltà. Ma cosa significa “abitare”? Quanti modi ci sono per declinare la parola “casa”? «Ogni cultura – risponde Giulia Cogoli – costruisce modelli propri, che non dipendono solo dalla disponibilità materiale, dal luogo geografico, ma che rispondono anche a una certa visione della vita. Abitare significa anche comprendere cosa sia il nomadismo oggi, approfondire il fenomeno delle migrazioni e il concetto di accoglienza, di convivenza, di adattamento all’ambiente, ma anche quello di rispetto del mondo che ci circonda». Le case non sono solo luoghi, ma «transiti», come ci ricorda l’antropologo Marco Aime, consulente al programma del festival insieme ad Adriano Favole. Invitare qualcuno nella propria casa significa aprire una via di accesso alla sua storia e alle informazioni in suo possesso.

L’antropologia ha studiato gli oggetti delle case come “spazi” di significati in cui gli individui inscrivono la vita delle proprie relazioni sociali. Oggi, l’Internet of Things (IoT) conferisce una nuova dimensione all’abitare e agli oggetti che ci circondano. La memoria non rappresenta più soltanto una caratteristica del soggetto, ma anche degli oggetti. La casa diventa unità mobile di memoria della smart city. Le nostre case sono in grado di comunicare con noi, di mandarci segnali sul nostro stato di salute e informazioni sull’ambiente che ci circonda, annullando le separazioni tradizionali tra spazio fisico e spazio virtuale, tra centro e periferia.

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Marco Aime insegna Antropologia culturale all’Università di Genova. Ha condotto ricerche sulle Alpi e in Africa Occidentale (Benin, Burkina Faso, Mali). Oltre a numerosi articoli scientifici, ha pubblicato favole per ragazzi, saggi e testi di narrativa, tra i quali ci piace ricordare Il dono al tempo di Internet (con A. Cossetta, 2010) e L’altro e l’altrove (con D. Papotti, 2012) per Einaudi.

La conversazione con Marco Aime è come un viaggio in treno “tra i castagni dell’Appennino”, tanto per citare un altro suo libro (Utet, 2014). «Un osservatore venuto da un altro pianeta non faticherebbe molto a capire che la storia degli esseri umani è fatta di migrazioni e di movimenti».

Ma nell’era della mobilità e delle telecomunicazioni mobili, chi sono i nomadi oggi? Per Aime, i nomadi, visti dall’immobilità di una casa, ci appaiono sfuggenti, fuori luogo, precari sempre, come se mancasse loro qualcosa. «L’uomo nasce dal viaggio, il suo camminare ha modellato il corpo e lo ha trasformato in bipede eretto». Ecco perché – secondo Aime – restiamo «una specie irrequieta». Anche se, almeno in apparenza, l’uso dei device mobili ci rende sempre più isolati e piegati sullo schermo, anche mentre camminiamo.

Data Manager: Perché un festival come quello di Pistoia continua ad avere successo nell’era dei social?

Marco Aime: Perché le persone hanno fame di cultura. I media istituzionali hanno rinunciato alla loro funzione culturale. Festival e rassegne sono un’occasione di mediazione tra cultura accademica e cultura divulgativa. La forma del dialogo oltre al contenuto presuppone una dimensione emozionale dell’incontro e dello scambio tra persone. Ed è questa la formula che funziona.

Oggi, grazie a Internet possiamo abitare il mondo. I dati sono i mattoni della nostra casa?

Si può abitare una casa di paglia, una tenda, una villa o uno spazio virtuale. Oggi, ci portiamo dietro un pezzo della nostra casa in un tablet o in una chiavetta di memoria. Per questo siamo tutti un po’ nomadi connessi.

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La connettività diventa un elemento peculiare dell’abitare. Le case diventano intelligenti. La visione di Le Corbusier della casa come “macchina per abitare” si avvera grazie alla tecnologia?

Nell’accezione di Le Corbusier, la casa è una “macchina per abitare” in qualunque senso in quanto rappresenta lo strumento che gli uomini pensano come strumento per realizzare spazi di qualità per la vita. Sotto la spinta tecnologica, la casa diventa sempre più “macchina” dotata di intelligenza.

La natura dell’uomo è mobile. La mobilità tecnologica ci rende liberi e ubiqui. Per resistere ai cambiamenti, dobbiamo tornare a essere nomadi?

Il nomade è a casa sua ovunque e si porta con sé quello di cui ha bisogno. Ma non ha il possesso della terra, ci passa sopra. Questo implica una visione della vita totalmente diversa. Nella società occidentale, possiamo dire che siamo tutti nomadi inseriti in un sistema stanziale e connesso. Infatti, se andiamo a calcolare le distanze medie che ciascuno percorre per recarsi sul posto di lavoro, scopriamo che in molti casi sono superiori a quelle che qualunque nomade compie giornalmente in altre parti del mondo. Il pendolarismo si può considerare una transumanza tra due punti fissi. Oggi, grazie alla tecnologia, gli spostamenti sono più rapidi, a basso costo e a volte possono essere superati da altre forme di collaborazione.

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Oltre alle persone, si spostano merci, dati, idee e capitali alla velocità di un click. La globalizzazione può essere considerata un’evoluzione del nomadismo?

La globalizzazione ha riguardato soprattutto le merci. Le frontiere sono aperte ai capitali e molto meno ai popoli. Anche se i fenomeni migratori sono in costante aumento. Ma dove non arrivano le persone, arrivano le idee, che grazie al web 2.0 possono oltrepassare le frontiere molto più che nel passato. I nuovi mezzi creano grandi piazze virtuali, favorendo la circolazione delle idee, ma rendendo più stanziali le persone.

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Alla malta e ai mattoni si sostituisce un impasto di fibre ottiche, capacità di calcolo, sensori e Big Data. L’empowerment, da un punto di vista antropologico, corrisponde a un aumento del potere dell’uomo sulle cose del mondo o a una diminuzione?

Trarre delle conclusioni è molto complesso, in quanto siamo parte attiva di un fenomeno in evoluzione. Siamo in un modello ibrido. E in una fase di transizione. A scuola si portano ancora i libri nello zaino. L’e-book e l’e-learning non hanno avuto in Italia lo stesso impatto sul sistema educativo rispetto ad altri paesi. Ma è solo questione di tempo. La Rete e le telecomunicazioni mobili hanno aperto orizzonti culturali nuovi alle giovani generazioni nei paesi in via di sviluppo. Oggi, un sedicenne di Dakar è connesso e segue gli stessi social del suo coetaneo di Parigi o di New York. Questo fatto contribuisce al dialogo e all’abbattimento delle frontiere. Un nomade della savana può comunicare con il villaggio vicino grazie a un telefono cellulare. A Timbuctù, antica città del Mali, ho visto il capo carovaniere scaricare carichi pesantissimi dalle groppe dei cammelli e poi andare a scaricare la posta elettronica. La convivenza di modelli ancestrali e di tecnologie innovative può generare anche modelli di utilizzo completamente nuovi.

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Qual è il suo rapporto con la tecnologia?

La Rete ha dato libero accesso a una quantità enorme di dati, fornendo agli studiosi una piattaforma di collaborazione e scambio. Nella vita privata uso la tecnologia a piccole dosi. Utilizzo quello che mi serve e cerco di evitare il rischio di perdere il controllo. Non dobbiamo mai dimenticare che qualunque innovazione tecnologica rimodella la relazione con gli altri e la percezione che abbiamo di noi stessi. Sta a ciascuno di noi farne il miglior uso possibile.