Longevità, dal Dna dei centenari un elisir che protegge il cuore

Isolato il “gene della longevità”, in grado di ringiovanire i vasi sanguigni

Secondo un recente studio la salute globale potrebbe peggiorare nei prossimi decenni e nel 2040 metà delle nazioni vivrà meno.
Tuttavia un team di ricercatori italiani dell’Università di Salerno, Irccs MultiMedica e Irccs Neuromed, è riuscito ora a isolare per la prima volta il gene della longevità, aprendo la strada a un nuovo approccio terapeutico contro le malattie cardiovascolari.

Il gene è stato isolato dal Dna dei centenari (l’Italia ha la percentuale giù elevata di over 65), come spiega  Annibale Puca, dell’università di Salerno e Irccs MultiMedica di Sesto San Giovanni: “Il nostro obiettivo è trasferire i vantaggi genetici dei longevi alla popolazione e stiamo lavorando anche su altri fronti, dai tumori alle malattie neurodegenerative”.

Annibale Puca ha coordinato la ricerca, sostenuta da Fondazione Cariplo e ministero della Salute, insieme a Carmine Vecchione, preside dell’università di Salerno e dell’Ospedale Ruggi D’Aragona di Salerno e al Neuromed.

La scoperta del gene

Lo studio parte da risultati precedenti ottenuti dallo stesso team di ricerca, che aveva individuato nel Dna dei centenari il gene Lav- BPIFB4 (Longevity Associated Variant), un gene che “determina una maggiore produzione della proteina BPIFB4, che quando è presente in alti livelli nel sangue ha una funzione protettiva dei vasi sanguigni”.

Questo gene è stato quindi trasferito, tramite un virus reso inoffensivo, nel Dna dei topi suscettibili all’arteriosclerosi e a malattie cardiovascolari, determinando un ringiovanimento dei vasi sanguigni e del sistema cardiocircolatorio. Risultati analoghi si sono ottenuti in provetta, somministrando direttamente la proteina ai vasi sanguigni umani.

Verso una nuova terapia

Uno studio di controllo è stato poi effettuato su gruppi di pazienti, dal quale è emerso che a un maggiore livello di proteina BPIFB4 nel sangue corrisponde una migliore salute dei vasi sanguigni.

“I risultati – ha commentato Puca – sono estremamente incoraggianti. Abbiamo osservato un miglioramento della funzionalità della superficie interna dei vasi sanguigni (endotelio), una riduzione di placche aterosclerotiche nelle arterie e una diminuzione dello stato infiammatorio”.

L’idea è ora quella di arrivare allo sviluppo di una terapia basata direttamente sulla proteina. “Naturalmente saranno necessarie ancora molte ricerche, ma pensiamo che sia possibile, somministrando la proteina stessa ai pazienti, rallentare i danni cardiovascolari dovuti all’età” ha osservato Vecchione. “In altre parole – ha concluso – anche se una persona non possiede quelle particolari caratteristiche genetiche che la rendono longeva, potremmo essere in grado di offrire lo stesso livello di protezione”.

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