Giuseppe Mariggiò – Lifestyle – DMO Data Manager Online https://lifestyle.datamanager.it Lifestyle - DMO Data Manager Online Tue, 26 Feb 2019 09:29:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 Posta al Castello, la cucina Doc per manager Top https://lifestyle.datamanager.it/2019/02/26/posta-al-castello-la-cucina-doc-per-manager-top/ https://lifestyle.datamanager.it/2019/02/26/posta-al-castello-la-cucina-doc-per-manager-top/#respond Tue, 26 Feb 2019 09:27:25 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/?p=200165 La cucina regionale del ristorante Posta al Castello di Gromo. Qualità delle materie prime e sapori che non hanno bisogno di mettersi in mostra Back to basics Dopo l’ubriacatura da cucina innovativa, calici roteanti e piatti schizzati come tele di Pollock, si ritorna ai fondamentali anche dei sapori. Vince l’autenticità della cucina regionale – da […]

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La cucina regionale del ristorante Posta al Castello di Gromo. Qualità delle materie prime e sapori che non hanno bisogno di mettersi in mostra

Back to basics

Dopo l’ubriacatura da cucina innovativa, calici roteanti e piatti schizzati come tele di Pollock, si ritorna ai fondamentali anche dei sapori. Vince l’autenticità della cucina regionale – da sempre al centro dell’attività di promozione culturale dell’Associazione Ristoranti Regionali – la ricerca dei vini di qualità – come quelli dell’Azienda Vitivinicola Bera di Neviglie, produttore piemontese, molto apprezzato da Luigi Veronelli – e anche del caffè a fine pasto, capace di rendere un’esperienza memorabile (e non da dimenticare) – come l’esclusiva selezione di mono-origini firmate Caffè del Caravaggio.

Buone relazioni e buona tavola

Il nuovo status symbol per i top manager si chiama autenticità e qualità. Bandito ogni eccesso da showfood.

La trasformazione digitale sta cambiando le imprese – lo diciamo sempre. I rapporti umani – però – restano centrali, anche quando tutto diventa veloce e consumato alla velocità di un click. Costruire buone relazioni di business è un’arte che richiede tempo, attenzione e anche creatività. Una lezione che vale per tutti. Non è detto che alla fine di un pranzo di lavoro, le cose andranno come avevate previsto e non è detto che sarete riusciti a convincere il cliente su quel progetto che vi sta tanto a cuore – ma di una cosa potete essere certi – le persone non dimenticano mai come le avete fatte sentire. E le relazioni, sono come un campo, da seminare e coltivare bene.

Fuori dai soliti circuiti

Se siete alla ricerca di una meta fuori dai soliti circuiti, in luogo caratteristico e con un’atmosfera che vi faccia sentire a casa – e magari siete appassionati di montagna – a meno di un’ora e mezza da Milano, c’è il ristorante Posta al Castello di Gromo – incastonato nel cuore della Val Seriana. I tetti neri in ardesia (“piöde” in dialetto bergamasco) fanno da contrappunto ai piatti della cucina tipica con materie prime di altissima qualità, che potete ritrovare nel ristorante della famiglia Tonoli, che quest’anno festeggia i 40 anni di attività, sotto la sapiente guida di mamma Alba e dei figli Mauro e Chicco.

Lasciatevi conquistare dai salumi di montagna come il Prosciutto crudo Cà del Botto, prodotto ad Ardesio solo da suini bergamaschi che – “abbiano visto due lune di agosto” – come vuole la tradizione. La stagionatura di 16 mesi e l’affinamento su fieno conferiscono sapidità e profumi unici a questo prosciutto a chilometro zero.

Le ricette a base di funghi sono la cifra distintiva del ristorante: la crespella di mamma Alba, specialità premiata in numerosi concorsi enogastronomici, è da non perdere. Ricordatevi – però – che viene preparata solo nel periodo di raccolta dei funghi, di norma tra fine maggio e giugno e tra fine agosto e ottobre.

Cucina DOC

L’Associazione Ristoranti Regionali in occasione dei 40 anni di attività del ristorante Posta al Castello di Gromo ha conferito un riconoscimento speciale alla famiglia Tonoli, iscritta all’associazione fin dalla sua costituzione, nei primi anni 70. La filosofia di Ristoranti Regionali è centrata sulla valorizzazione dell’enogastronomia dei luoghi accanto alle loro bellezze naturali e al loro patrimonio culturale, per attuare una proposta turistica di qualità. Dopo il pranzo, potete continuare il tour nel borgo, con una visita al Museo delle armi bianche e delle Pergamene, che documenta come si forgiavano e commerciavano le armi bianche nel XV secolo, prodotte nelle fucine del paese, che valsero a Gromo l’appellativo di piccola Toledo.

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Festival della Mente XV edizione, la nuova dialettica tra comunità e società https://lifestyle.datamanager.it/2018/07/festival-della-mente-xv-edizione-la-nuova-dialettica-tra-comunita-e-societa/ https://lifestyle.datamanager.it/2018/07/festival-della-mente-xv-edizione-la-nuova-dialettica-tra-comunita-e-societa/#respond Thu, 12 Jul 2018 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2018/07/12/festival-della-mente-xv-edizione-la-nuova-dialettica-tra-comunita-e-societa/ Dal 31 agosto al 2 settembre, torna a Sarzana uno degli appuntamenti culturali più attesi di fine estate, il Festival della Mente, il primo festival in Europa dedicato alla creatività, diretto da Benedetta Marietti e promosso dalla Fondazione Carispezia e dal Comune di Sarzana. Filo conduttore della XV edizione del festival è il concetto di […]

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Dal 31 agosto al 2 settembre, torna a Sarzana uno degli appuntamenti culturali più attesi di fine estate, il Festival della Mente, il primo festival in Europa dedicato alla creatività, diretto da Benedetta Marietti e promosso dalla Fondazione Carispezia e dal Comune di Sarzana. Filo conduttore della XV edizione del festival è il concetto di comunità, attraverso le parole di scienziati, filosofi, letterati, storici, artisti italiani e stranieri. Adriano Olivetti aveva immaginato una “comunità” basata sul rapporto tra conoscenza, partecipazione e territorio.

Quell’idea di comunità evoluta ha lasciato spazio a quella più tribale di social community. In una democrazia in bilico tra problem solving e rappresentanza, com’è possibile interpretare il concetto di comunità e partecipazione alla luce della globalizzazione che disarticola flussi, luoghi e valori? Benvenuti nella società dell’informazione dove le opinioni si confondono con i fatti, dove la casalinga di Voghera con tutta la sua sapienza di economia domestica lascia il suo ruolo di benchmark alla cubista, dove l’influenza (non quella suina) prende il posto della competenza. Liberi di rifletterci nello specchio che rimanda la nostra stessa immagine e conoscenza sulle cose. Liberi di grufolare in tribù omogenee, a riconoscerci solo con chi è simile, a rinunciare alla fatica del confronto con il diverso, l’incomprensibile, lo straordinario, l’inatteso, che si trova soltanto quando si sbaglia strada o quando ci si perde. Perché l’esclusione è il lato opposto della comunità, ma anche il suo lato oscuro. Il Festival della Mente mostrerà tutte le sfaccettature del concetto ambiguo di comunità in rapporto alla moltiplicazione dei contenuti, delle opzioni di scelta e delle identità. Perché le idee e l’innovazione nascono sempre dal terreno fertile delle differenze.

[Tweet “Alla scoperta della nuova dialettica tra comunità e società @FestdellaMente #FdM18”]

Come lo spazio e la rete – fuori e dentro le imprese – il concetto di comunità ha le sue regole, le sue contraddizioni e anche i suoi fossati. «E può essere interpretato e declinato in modi diversi. Dalla nascita della comunità nazionale alle comunità sorte nei teatri della Grecia antica o nelle botteghe rinascimentali. Dalla community virtuale alle dinamiche relazionali che si presentano nella comunità più piccola di tutte, il legame di coppia» – spiega la giornalista Benedetta Marietti. «Così attraverso le parole dei quasi 100 relatori che verranno a raccontarci con passione ed entusiasmo cosa significa per loro comunità, il Festival della Mente cercherà di trasmettere il valore della multidisciplinarietà e l’emozione della condivisione del sapere per farci comprendere la realtà che ci circonda».

 

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Pistoia Dialoghi sull’uomo, nona edizione “disrupting” https://lifestyle.datamanager.it/2018/04/pistoia-dialoghi-sulluomo-nona-edizione-disrupting/ https://lifestyle.datamanager.it/2018/04/pistoia-dialoghi-sulluomo-nona-edizione-disrupting/#respond Fri, 27 Apr 2018 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2018/04/27/pistoia-dialoghi-sulluomo-nona-edizione-disrupting/ Rompere le regole. La creatività come l’innovazione è caotica e discontinua. Non procede in linea retta. Non si progetta. La creatività è dirompente e ci spinge a cambiare abitudini, logiche, posizioni. Al rapporto tra creatività e cambiamento e al concetto di “rottura delle regole”, è dedicata la nona edizione del festival di antropologia del contemporaneo […]

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Rompere le regole. La creatività come l’innovazione è caotica e discontinua. Non procede in linea retta. Non si progetta. La creatività è dirompente e ci spinge a cambiare abitudini, logiche, posizioni. Al rapporto tra creatività e cambiamento e al concetto di “rottura delle regole”, è dedicata la nona edizione del festival di antropologia del contemporaneo Pistoia, Dialoghi sull’uomo, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto da Giulia Cogoli. Dal 25 al 27 maggio, antropologi, filosofi, storici, scrittori e pensatori italiani e internazionali saranno chiamati a riflettere su cosa abbia fatto evolvere la civiltà umana: qual è il motore che spinge costantemente l’essere umano al cambiamento e quanto sia importante rompere le regole per rinnovarsi.

Il processo creativo è un atto fortemente individuale (il momento dell’intuizione, la classica “lampadina che si accende”) oppure è il prodotto di forze e situazioni storiche e sociali particolari? E le imprese sono luoghi in grado di seminare e coltivare la creatività? Tutti i principali studi antropologici mettono l’accento proprio sulle relazioni interculturali come stimolo ai processi creativi. «Gli incroci e le ibridazioni culturali sono stati in tutte le epoche e culture occasione di forte impulso creativo» – spiega Giulia Cogoli. «In un momento storico di imponenti flussi migratori, coniugati a una globalizzazione pervasiva, mi sembra estremamente attuale riflettere da un’angolatura antropologica su cosa sia oggi la creatività e quali siano le sue leve».

[Tweet “#Dialoghi2018 Il luogo dove nascono le idee @DialoghiPistoia – Nona edizione “disrupting”. Perché la creatività e l’innovazione rompono le regole e ci spingono a cambiare”]

A completare le riflessioni del festival, facendo da contrappunto logico con contenuti visivi, la mostra fotografica “Dove nascono le idee. Luoghi e volti del pensiero nelle foto Magnum”, visitabile dal 25 maggio al primo luglio, nelle sale affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia. Una collettiva che analizza i luoghi della creatività, gli atelier, gli studi, dove nasce la creatività di pittori, scultori, musicisti, architetti e scrittori. L’esposizione propone un percorso di 40 stampe di grandissimi fotografi dell’Agenzia Magnum di Parigi tra cui Rene Burri, Robert Capa, Elliott Erwitt, Burt Glinn, Herbert List, Wayne Miller, Paolo Pellegrin, Ferdinando Scianna e David Seymour.

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Karl Popper, chi ha paura della società aperta? https://lifestyle.datamanager.it/2017/09/201709karl-popper-paura-della-societa-aperta/ https://lifestyle.datamanager.it/2017/09/201709karl-popper-paura-della-societa-aperta/#respond Fri, 22 Sep 2017 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2017/09/22/201709karl-popper-paura-della-societa-aperta/ A 23 anni dalla sua scomparsa, la lezione di Karl Popper si scontra con il paradosso della tolleranza e quello dell’informazione Mentre abbiamo gli strumenti per raccogliere e analizzare montagne di dati, nella società dell’informazione, ai fatti si stanno sostituendo le “spiate” e le opinioni, al cervello la pancia, alla ragione il sentiment. Dal racconto […]

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A 23 anni dalla sua scomparsa, la lezione di Karl Popper si scontra con il paradosso della tolleranza e quello dell’informazione

Mentre abbiamo gli strumenti per raccogliere e analizzare montagne di dati, nella società dell’informazione, ai fatti si stanno sostituendo le “spiate” e le opinioni, al cervello la pancia, alla ragione il sentiment. Dal racconto della scienza, siamo passati alla scienza del racconto. La società aperta ha nuovi nemici. Con buona pace di Karl Popper. È vero – per restare al suo pensiero – che la società progredisce solo per prove ed errori, ma se non è possibile stabilire che cosa sia giusto definitivamente, come ci si può difendere dal “bug” del relativismo? Di fronte all’impoverimento del pensiero e alle derive della società dei consumi, lo stesso Popper si era scagliato contro la televisione, avanzando la proposta di dare una patente a chi lavorasse in TV per preservare il carattere formativo del mezzo. Oggi, che il web sopravanza la televisione, con la rete che diventa prima fonte di informazione e i social sono il luogo privilegiato di formazione dell’opinione pubblica (Reuters Institute for the study of journalism), forse bisognerebbe adattare quella proposta che la politica si guardò bene di prendere in considerazione, per porre un argine al dilagare della cosiddetta post-verità e delle fake news in Rete, dove dati e verifiche sono secondari rispetto agli stati d’animo.

“Dobbiamo distinguere chiaramente tra verità e certezza” – scriveva Popper. “La certezza non è un obiettivo degno di essere perseguito dalla scienza. La verità lo è”. Ecco perché la conoscenza umana è di natura congetturale e ipotetica, e trae origine dall’attitudine dell’uomo di risolvere i problemi. Nell’era dei Big Data, che disarticola la dialettica tra ipotesi e tesi, ci sembra di potere elaborare leggi di natura, dando in pasto a potentissimi calcolatori valanghe di dati, rispondendo a domande che fino ad oggi non eravamo neppure in grado di pensare. Per Popper, una tesi ha carattere di scienza solo se può essere “falsificata”, in altre parole, lasciando in piedi ciò che non risulta sbagliato. Eppure le teorie di Darwin, Pasteur, Newton, Boyle, Einstein non partivano dai dati ma da un’idea iniziale tutta da dimostrare. E del resto, quante volte la scoperta è stata frutto del caso, più che del lavoro meticoloso di raccolta dei dati di un singolo? Oltre alla valanga dei dati, la scienza si apre a un nuovo modo di procedere ed è destinata a essere legata sempre più al lavoro di molti e non al destino di un singolo, diventando sempre più collaborativa.

[Tweet “#Popper Chi ha paura della società aperta?”]

Potere e partecipazione

Se la storia è un continuo processo di integrazione con l’altro e di superamento di limiti e valori, oggi assistiamo a un mescolamento di codici linguistici e di comportamento. Dal grande al piccolo schermo dello smartphone, si moltiplicano i contenuti, le opzioni di scelta e le identità, con oscillazioni pericolose, o quantomeno imprevedibili, tra il pluralismo e le visioni totalizzanti, il sogno della permanenza e quello dell’oblio, il potere e la partecipazione, la cronaca in tempo reale e vita in diretta, il rapido consumo delle immagini e delle notizie e la conoscenza critica, il desiderio bulimico di soddisfare nuovi bisogni e la crescita di gruppi e comunità con connotati sempre più tribali.

Omologazione e velocità

Il concetto di cittadinanza globale sta cedendo terreno a quello di “clandestinità”. Dopo la globalizzazione dei capitali e delle merci, il villaggio aperto si sta richiudendo su se stesso sotto il suo stesso peso. Così pur capaci di integrare sistemi, apparati e strumenti, non riusciamo a integrare le persone. Anzi, davanti alla sfida dell’integrazione, siamo solo capaci di dare la risposta più facile, quella dell’espulsione dell’altro. Come parte della tribù dominante ci interessa solo chi è uguale a noi.

Il paradosso della tolleranza

Secondo Popper, se estendiamo la tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. Ma se la guerra contro gli intolleranti è legittima, come legittimo sarebbe non porgere l’altra guancia a chi minaccia la nostra esistenza, allora non sarebbe altrettanto opportuno interrogarsi sulle responsabilità che hanno determinato quei fatti? Oppure dobbiamo considerare solo il fenomeno, rinunciando alla pretesa di conoscerne le cause?

Mettere insieme le differenze

Nella società aperta, la diversità è considerata un valore. L’incontro tra popoli differenti è un mutuo arricchimento. I confini non possono limitare il diritto alla mobilità e alla giustizia sociale. Anche a chi si occupa di innovazione tecnologica e imprese spetta il compito di contribuire al dibattito su questi temi per la promozione di leggi nazionali ed europee sull’immigrazione, l’asilo e la cittadinanza, per favorire il dialogo politico e la protezione degli stranieri, per affrontare la tragedia dei profughi, costruendo ponti che uniscono e non nuovi muri che dividono. L’innovazione può accelerare il processo di inserimento e di integrazione nel paese di accoglienza. La tecnologia è empowering: serve a ridurre le differenze che creano squilibrio, per creare un futuro per chi vuole restare e un’occasione per chi vuole andare via.

[Tweet “Nell’era #BigData Qual è la lezione di #Popper?”]

L’innovazione che nasce dall’incontro con l’altro

Nel mondo, ci sono oltre 43 milioni di persone in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, guerre e persecuzioni. In Italia, ci sono circa 55mila rifugiati. I minori non accompagnati sono più di quattromila e i cittadini stranieri residenti quasi cinque milioni. L’Europa meticcia spaventa e la paura divide. Siamo tutti “stranieri” o “diversi” agli occhi degli altri. L’innovazione nasce dall’incontro e anche dallo scontro con l’altro. L’immigrazione è un tema controverso che richiede un’attenta riflessione sul passato. Respingere chi chiede di essere accolto, forse significa rinunciare anche a un pezzo del nostro futuro. Non si può affrontare il tema dei migranti senza porsi il problema delle cause e rimuovendo le cause della povertà. Nessuno squilibrio può resistere per sempre.

La lezione di Popper

Anche se non possiamo fare previsioni sullo sviluppo della società e della storia, nonostante tutto Popper rimane un empirista legato al dato di realtà anche quando la falsificazione di una tesi non ci dice come “stanno le cose”, ma ci persuade che non stanno come credevamo. L’Essere “ci parla”, non “si mostra”, ha il senso di un messaggio che dobbiamo ascoltare, interpretare, condividere. Nessuno conosce il futuro (neppure gli scienziati). Ma il mondo è quello che ne facciamo, ogni giorno nelle scelte che compiamo, nelle decisioni che prendiamo. E sta qui la vera lezione di Popper. La filosofia insegna ad agire, non a parlare. Se la conoscenza umana non ha fondamenti certi, è soprattutto ai problemi e al tentativo di risolverli che dobbiamo guardare. L’attualità di Popper, più che epistemologica è innanzitutto politica. Per Popper, non esistono verità assolute, esiste solo la ricerca della verità, che poi è il senso dell’esistenza. Perché tutta la vita è risolvere problemi.

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Stefano Mancuso, anche le piante hanno un cervello https://lifestyle.datamanager.it/2017/03/201703stefano-mancuso-anche-le-piante-un-cervello/ https://lifestyle.datamanager.it/2017/03/201703stefano-mancuso-anche-le-piante-un-cervello/#respond Mon, 13 Mar 2017 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2017/03/13/201703stefano-mancuso-anche-le-piante-un-cervello/ Furbo come una volpe? Oppure forte come un leone? Hai mai pensato di essere intelligente come una pianta di fagiolo?  «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori» Le piante pensano, reagiscono, ricordano, risolvono problemi complessi e hanno elaborato strategie sorprendenti di adattamento. «Le piante hanno molto […]

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Furbo come una volpe? Oppure forte come un leone? Hai mai pensato di essere intelligente come una pianta di fagiolo?  «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori»

Le piante pensano, reagiscono, ricordano, risolvono problemi complessi e hanno elaborato strategie sorprendenti di adattamento. «Le piante hanno molto da insegnarci, sono simbolo della modernità» – spiega Stefano Mancuso, direttore del LINV, il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze. «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori». Mentre il genere umano muove ancora i primi passi in un mondo dove ogni cosa è connessa, le piante hanno sviluppato un’intelligenza di rete, distribuita e senza un centro di comando per interagire con l’ambiente che le circonda. E lo fanno da qualche miliardo di anni, da quando cioè i primi organismi unicellulari cominciarono attraverso la fotosintesi a trasformare la luce del Sole in energia chimica. L’idea che le piante siano esseri passivi, completamente privi di capacità di comunicazione, calcolo e comportamento, è un pregiudizio ancora molto radicato anche all’interno della comunità scientifica. Tuttavia, lo stesso Charles Darwin dimostrò che le piante erano all’apice della loro catena evolutiva. Le piante possiedono migliaia di apici radicali, ciascuno dei quali è dotato di un proprio centro di calcolo autonomo, se così lo possiamo chiamare. La natura invisibile, silenziosa e apparentemente immobile delle piante se osservata al microscopio elettronico ci svela un universo di fantastica perfezione.

«Le piante hanno capacità sensoriali molto più complesse di quanto si possa immaginare» – racconta Stefano Mancuso. Le piante ascoltano, si muovono, sentono odori, memorizzano, e anche se non sono dotate di un sistema nervoso centrale sono in grado di lanciare segnali di pericolo e comunicare tra di loro. Stefano Mancuso è un pioniere della ricerca sulla neurobiologia vegetale e i suoi primi esperimenti hanno visto come protagonista una pianta di fagiolo. L’obiettivo era quello di capire come, variando le condizioni ambientali, la piantina riuscisse sempre a intercettare nell’ambiente circostante il supporto più adatto per la sua crescita. L’esperimento è stato condotto in centinaia di modi diversi, ma la pianta è sempre riuscita a trovare un sostegno. La logica conseguenza era l’ipotesi che le piante percepissero il loro habitat in un modo completamente sconosciuto agli esseri umani. Per i più scettici si trattava solo di riflessi meccanici frutto del caso, ma Stefano Mancuso ha dimostrato che le piante sono dotate di un’intelligenza molto sofisticata.

Si può parlare di cervello delle piante?

Per Mancuso, la scienza è fatta dagli animali per gli animali. E anche le definizioni di intelligenza tradiscono quindi questo punto di partenza. «Le piante sono a tutti gli effetti organismi intelligenti e sensibili. L’intelligenza e la sensibilità non sono direttamente collegate con il cervello. Il cervello è un insieme di cellule particolari chiamate neuroni. Ma il compito di trasmettere un segnale e di portare un’informazione da una parte all’altra può essere svolto anche da altri tipi di cellule». Infatti, il complicato apparato radicale di una pianta può far pensare all’intreccio di circuiti del cervello umano. Le radici sono in grado di analizzare il terreno con straordinaria precisione, e sanno regolare tutto il ciclo di vita della pianta. Il primo ad accorgersi di questa somiglianza fu proprio Darwin. Oggi, la ricerca sugli apici radicali ha spiegato che l’attività di crescita delle piante è governata da un sistema simile a quello di uno stormo di uccelli. «Ancora però non sappiamo come questo tipo di comunicazione funzioni veramente» – avverte Mancuso.

World wide roots

Le piante non hanno un sistema nervoso centrale e non hanno un centro unico di comando. In questo modo, riescono a sopravvivere anche in situazioni critiche di adattamento, regolandosi in modo automatico. La rete di informazioni è simile a quella di Internet, una specie di “grande rete delle radici” dove ogni parte funziona in modo autonomo ma coordinandosi con tutte le altre per cercare nutrienti nel terreno e scambiarsi informazioni utili. Ci sono piante che sono in grado di assorbire più acqua dal terreno, di crescere più velocemente, o di produrre sostanze tossiche se nelle immediate vicinanze ci sono piante che non sono della loro stessa famiglia. Le piante “sentono” quello che accade intorno a loro e collaborano attivamente per vincere la competizione con le altre piante. Ma il contatto attraverso le radici non è la sola forma di comunicazione. Isolando tre piante di mais, Stefano Mancuso ha svelato che la pianta privata di ossigeno trasmetteva un segnale biochimico di pericolo alle altre due piante vicine.

[Tweet “Stefano Mancuso @LinvFlorence Costruire un futuro nuovo imparando dalle #piante”]

Come comunicano le piante?

Le piante parlano veramente tra di loro, anche se non si tratta di un linguaggio fatto di parole. La chimica è l’alfabeto e l’interazione tra le molecole è la grammatica. Ogni molecola ha un significato. E possono svolgere anche una funzione di difesa. L’ortica rilascia un cocktail tossico. Il pomodoro una resina repulsiva che segnala l’attacco da parte degli insetti. Ma la cosa più straordinaria, è che le piante sono capaci di lanciare segnali che attirano i predatori dei loro nemici, come nel caso del mais quando viene attaccato dai bruchi che si nutrono delle sue foglie. Il mais può inviare un segnale olfattivo specifico per la vespa parassita, che in pratica funziona come un sistema di posizionamento globale. Questo dimostra che le piante comunicano non solo tra di loro ma anche con specie diverse. E lo fanno per ottenere un risultato. La lezione sta nello sviluppo delle capacità di recepire non tutte le informazioni dell’ambiente, ma solo quelle che servono per avere un beneficio. Un po’ quello che le imprese dopo aver costruito un data lake, sperano di potere fare con i loro sistemi avanzati di business intelligence.

L’intelligenza nelle radici

Non possiamo sapere se nel futuro le piante metteranno in atto meccanismi di difesa anche nei confronti dell’uomo. Quello che sappiamo è che le piante sono in grado di sentirci e hanno gusti raffinati in fatto di musica. Nel cuore della campagna toscana, dal qualche anno, Stefano Mancuso alleva le viti di Brunello, diffondendo la musica di Mozart tra i filari. In questo modo, ha potuto osservare una crescita più veloce delle piante, un aumento della resistenza agli attacchi fitopatogeni e anche una maturazione più precoce dell’uva. «Le piante non hanno orecchie – spiega Mancuso – ma sono dotate di sensori che sono attivati dalle vibrazioni, e che permettono alle piante di mappare con precisione l’ambiente. Le piante hanno sviluppato tra i quindici e i venti sensi diversi, compresi i cinque simili ai nostri. «L’intelligenza è la capacità di risolvere problemi» – afferma Mancuso. «E forse, diamo troppa importanza ai neuroni». Così gli algoritmi di machine learning alla base delle future applicazioni robotiche e di intelligenza artificiale, invece di ispirarsi alle reti neurali, dovranno andare alla ricerca del segreto dell’intelligenza che si nasconde nelle radici delle piante.

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Charles Darwin, evoluzione o trasformazione? https://lifestyle.datamanager.it/2017/02/charles-darwin-evoluzione-trasformazione/ https://lifestyle.datamanager.it/2017/02/charles-darwin-evoluzione-trasformazione/#respond Tue, 14 Feb 2017 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2017/02/14/charles-darwin-evoluzione-trasformazione/  In un mondo che affronta le sfide globali della crescita e dello sviluppo, collaborare è meglio che competere A quasi 160 anni dal suo lavoro più noto, L’origine delle specie (1859), Charles Darwin continua ad animare il dibattito sui temi dell’evoluzione e dell’intelligenza (artificiale), come empowerment delle capacità cognitive di rispondere al cambiamento e alla […]

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 In un mondo che affronta le sfide globali della crescita e dello sviluppo, collaborare è meglio che competere

A quasi 160 anni dal suo lavoro più noto, L’origine delle specie (1859), Charles Darwin continua ad animare il dibattito sui temi dell’evoluzione e dell’intelligenza (artificiale), come empowerment delle capacità cognitive di rispondere al cambiamento e alla velocità del cambiamento stesso. Il primo contributo arriva dai laboratori universitari e dai tanti eventi, che si ispirano al celebre naturalista che ha cambiato il modo di vedere noi stessi e di guardare il mondo. Tra questi ci piace ricordare, il Darwin Project del MIT, che studia lo scambio di informazioni a tutti i livelli di organizzazione, mettendo insieme modelli biologici fisici e chimici, e il ciclo di conferenze organizzato dal Museo di Storia Naturale di Milano per il Darwin Day, che quest’anno ha sviluppato il concetto di «simbiosi» o come dice la parola stessa di “vita assieme”, perché – in un mondo che affronta le sfide globali della crescita e dello sviluppo, collaborare è meglio che competere. Il secondo spunto arriva invece dal libro di Henry Gee, paleontologo, biologo evoluzionista di formazione e senior editor della rivista scientifica Nature, che nel suo saggio “La specie imprevista, Fraintendimenti sull’evoluzione umana”, edito nell’edizione italiana da Il Mulino, ci invita a riflettere sul concetto di «evoluzione e di trasformazione».

[Tweet “La lezione di #Darwin #Evoluzione o #trasformazione ?”]

Il cervello, come hardware

L’uomo si considera il centro della storia o il culmine di essa. Per Henry Gee, ospite di BergamoScienza, invece, siamo solo parte di essa. Un impasto imprevisto e imprevedibile, di natura, cultura e tecnologia. Darwin nell’Origine delle specie non usò la parola “evoluzione” fino all’edizione del 1872. Oggi, i due processi hanno finito per confondersi e in qualche modo confonderci. Dovremmo smettere di sentirci più “speciali” di un insetto che vola o di un lombrico che vive sottoterra. Vale la pena riflettere sull’uso e l’abuso che facciamo del termine “evoluzione”. E forse, inizieremo a considerare l’intelligenza artificiale come una tappa della nostra stessa trasformazione. Uno degli aspetti più interessanti, ma anche più difficili da comprendere – come ci spiega il genetista italiano Edoardo Boncinelli – è la triplicazione del nostro cervello negli ultimi tre milioni di anni. Il cervello non lascia fossili: «Quello che noi possiamo dire è che la capacità cranica è aumentata di tre volte, quindi siamo passati dai 400 grammi di cervello (più o meno quello di uno scimpanzé) ai 1300-1400 grammi dell’uomo moderno. E poi a un certo momento è accaduto qualcosa di inatteso e straordinario: sono comparsi gli strumenti. Accanto ai resti fossili, abbiamo trovato pietre prima solo scheggiate poi sempre più perfezionate, che testimoniano come i nostri lontani progenitori preistorici abbiano utilizzato oggetti e strumenti per una finalità specifica, per risolvere un problema o rispondere al cambiamento delle condizioni ambientali». Una storia che, su una scala temporale differente e a una velocità inversamente proporzionale alla dimensione, assomiglia a quella di un’altra scheggia di silicio “levigata e cesellata”: quella dei duemila transistor Intel 4004 apparsi nel 1971, o del milione di transistor Intel 486 del 1990, o dei cinque milioni di Pentium Pro del 1996. A questo punto, è cominciato un altro tipo di trasformazione, che ci ha permesso di fare un altro salto evolutivo, portandoci nell’era delle connessioni e dell’intelligenza artificiale.

Arsenali tecnologici

L’evoluzione culturale è velocissima rispetto a quella biologica – infatti – perché succeda qualcosa di importante dal punto di vista biologico occorrono centinaia di migliaia di anni, se non milioni di anni, mentre noi possiamo testimoniare – oggi – che dieci anni o vent’anni fa il nostro modo di vivere, lavorare e scambiare informazioni era completamente diverso. Non va – però – dimenticato che l’evoluzione culturale è direttamente collegata a un certo tipo di cervello, un certo tipo di sistema nervoso, un certo tipo di “attrezzatura” biologica e tecnologica. Del resto, non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento. Nessun organismo naturale è pronto all’evoluzione, ma l’adattamento è quella forza imprevista che permette a taluni di andare avanti e ad altri di scomparire. Solo l’uomo, con l’uso della tecnica è riuscito a creare un arsenale di strumenti con cui vincere la lotta della selezione. Almeno fino a questo momento.

[Tweet “La lezione di #Darwin collaborare è meglio che competere”]

Anelli mancanti

Chissà come sarebbe la storia raccontata dal punto di vista di una specie che si è estinta milioni di anni fa. Chissà che cosa racconterebbe la storia dell’evoluzione umana se al numero di fatti esigui o anelli mancanti, si potessero sostituire tutti i dati finora raccolti e dispersi nei singoli data base delle singole discipline che se ne occupano. Forse, i potenti motori analitici potrebbero fare emergere correlazioni finora nascoste e nuove teorie sull’evoluzione. Siamo abituati a pensare all’evoluzione come a un processo continuo, lineare che non fa salti. Eppure, dai primati che imparano a usare utensili elementari per procacciarsi il cibo siamo arrivati ai Millennials che usano lo smartphone per comunicare anche da una stanza all’altra.
Gli utensili degli uomini primitivi come i device tecnologici sono parte della stessa storia, pur se discontinua. Anche la scrittura, da destra verso sinistra, ha prodotto una particolare visione del mondo occidentale. La lettura obbliga a una conoscenza concettuale, diversa dall’apprendimento per icone. Ma se si considerano le tecnologie come “corpi estranei” alla “natura umana”, si finisce per perdere di vista l’articolata relazione tra soggetto e strumento che – appunto, se riletta in chiave evolutiva, oltre che neurofisiologica – mostra che in realtà noi agiamo e pensiamo anche in funzione degli strumenti e delle macchine che usiamo per interfacciarci con il mondo e i nostri simili. Questo fatto non significa trascurare eventuali rischi, ma valutarli con maggior consapevolezza e coscienza critica. Probabilmente, le tecnologie già disponibili hanno già modificato lo stesso concetto di memoria e dunque anche quello di apprendimento. Da un modello concettuale e relazionale stiamo passando sempre di più verso un modello funzionale e operativo. Ma si tratta di processi in corso d’opera, i cui effetti sono difficili da valutare e prevedere.

Energia e informazione

Il concetto di computabilità trascende il formalismo in cui si esprime. L’intelligenza artificiale è ormai dappertutto, grazie allo scambio di informazioni in tempo reale delle macchine che sfruttano le capacità di deep learning. Secondo i dati della Accenture Technology Vision 2017, il report annuale di Accenture che analizza l’evoluzione della tecnologia dei prossimi tre anni, l’intelligenza artificiale potrebbe raddoppiare il tasso di crescita delle economie sviluppate (tra cui l’Italia) entro il 2035 e aumentare la produttività del lavoro con incrementi fino al 40 per cento, a patto che si intervenga radicalmente sul modo di produrre e si rafforzino i ruoli e le competenze delle persone nel guidare la crescita.

Possiamo considerare l’uomo come una macchina biologica intelligente, capace di eseguire un lavoro in costante equilibrio energetico. Materia, energie e informazione. Ma l’intelligenza umana non è l’unica intelligenza possibile. Alla Stanford University si studia la trasmissione delle informazioni su base chimica. In natura sono presenti molti esempi di intelligenza distribuita privi di un sistema nervoso centrale. Quindi, l’intelligenza artificiale delle macchine nel futuro potrebbe percorrere modelli di validazione diversi da quelli umanoidi.

[Tweet “#AI #Darwin L’intelligenza artificiale, la prossima tappa dell’ #evoluzione”]

Umano e artificiale

Evoluzione indica un cambiamento che segue un piano prestabilito di sviluppo, di progresso di miglioramento. Ma è la capacità di adattarsi al cambiamento di un organismo vivente, come di un’azienda, a essere la pietra angolare di tutto l’edifico della selezione naturale, secondo variazioni e trasformazioni che sono inevitabili, casuali e capaci di produrre dei salti evolutivi. Quindi meglio non dare giudizi affrettati, moralistici, o peggio di disprezzo e di rifiuto nei confronti di qualsiasi innovazione. La verità è che non esistono caratteristiche migliori di altre, ma esistono soltanto caratteristiche più adatte a vincere la competizione in un certo ambiente. Se cambia l’ambiente, il valore delle caratteristiche cambia. Per noi umani, che al concetto di evoluzione naturale abbiamo sostituito quello di evoluzione culturale, le cose si complicano quando esercitiamo la volontà di mantenere il controllo, di governare il cambiamento, di essere “resilienti” all’obsolescenza. Alla fine, ci stiamo trasformando, più o meno, da 60 milioni di anni, se partiamo dalla comparsa dei primati. La tecnologia ci renderà più umani. E l’intelligenza artificiale è solo la prossima tappa.

 

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Antonio Pilati, rivoluzione digitale e disordine politico https://lifestyle.datamanager.it/2016/12/antonio-pilati-rivoluzione-digitale-disordine-politico/ https://lifestyle.datamanager.it/2016/12/antonio-pilati-rivoluzione-digitale-disordine-politico/#respond Tue, 20 Dec 2016 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2016/12/20/antonio-pilati-rivoluzione-digitale-disordine-politico/ La rivoluzione digitale è il motore dell’epoca che stiamo vivendo, ma quali sono i valori che dovranno orientare le scelte future? Antonio Pilati è un profondo conoscitore del mondo dei media e dei suoi protagonisti. Oltre a essere consigliere d’amministrazione RAI dal 2012 al 2015, e componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Pilati […]

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La rivoluzione digitale è il motore dell’epoca che stiamo vivendo, ma quali sono i valori che dovranno orientare le scelte future? Antonio Pilati è un profondo conoscitore del mondo dei media e dei suoi protagonisti. Oltre a essere consigliere d’amministrazione RAI dal 2012 al 2015, e componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Pilati è stato direttore dell’Istituto di Economia dei Media della Fondazione Rosselli.

Il suo ultimo lavoro dal titolo “Rivoluzione digitale e disordine politico” (Guerini e Associati) gli somiglia molto. Non solo perché, come commissario antitrust e dell’authority delle comunicazioni ha saputo prevedere la convergenza dei mezzi, ma anche perché ha saputo cogliere il senso di un cambiamento che stava trasformando i rapporti di forza tra potere politico e potere finanziario.

Da oltre un quarto di secolo, uno straordinario vento di innovazione impatta in tutto il mondo la vita di miliardi di persone, spiega Pilati. Lo alimentano due processi epocali diversi, eppure legati da affinità e influenze reciproche. «Uno è la rivoluzione digitale che sovverte economia e società. L’altro è il crollo dell’ordine politico che dalla fine della seconda guerra mondiale dava stabilità alle relazioni internazionali».

A prima vista poco o nulla li unisce: uno attiene allo sviluppo della tecnologia, l’altro alle complicate vicissitudini della politica. Tuttavia, li lega una stretta dipendenza, come spiega Antonio Pilati. Il disordine politico di oggi deriva da premesse maturate negli ultimi vent’anni proprio grazie alle innovazioni della tecnologia: l’estensione dei mercati su scala mondiale, il potenziamento delle capacità organizzative, il cambio radicale dell’interazione sociale. Secondo Antonio Pilati, in Occidente, il grande progresso tecnico si è tramutato in una drammatica crisi della politica. Il mondo cambia, la società sopravanza e la politica non riesce a stargli dietro. Ma non è il cambiamento in sé a creare disordine, ma la velocità del cambiamento.

La globalizzazione dei mercati e la velocità delle connessioni hanno permesso l’enorme espansione della finanza, che da strumento dell’economia ha finito per influenzare l’intero sistema, condizionando la vita di miliardi di persone. La finanza non ha più bisogno della politica come intermediario ma agisce direttamente sugli equilibri di forza. E il disordine che ne deriva si somma all’incapacità della classe dirigente di guidare il cambiamento.

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L’alfabeto del leader. AAA classe dirigente cercasi https://lifestyle.datamanager.it/2016/09/lalfabeto-del-leader-aaa-classe-dirigente-cercasi/ https://lifestyle.datamanager.it/2016/09/lalfabeto-del-leader-aaa-classe-dirigente-cercasi/#respond Fri, 23 Sep 2016 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2016/09/23/lalfabeto-del-leader-aaa-classe-dirigente-cercasi/ Chi ha detto che ai leader fa difetto l’autoironia? Questo manuale pratico per manager colti (Guerini Next) di Paolo Iacci, professore all’Università Statale di Milano ed esperto di cultura d’impresa, rappresenta non solo un buon esercizio per tenere in forma i muscoli della leadership, ma anche per analizzare vizi e virtù di uomini d’impresa, alla […]

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Chi ha detto che ai leader fa difetto l’autoironia? Questo manuale pratico per manager colti (Guerini Next) di Paolo Iacci, professore all’Università Statale di Milano ed esperto di cultura d’impresa, rappresenta non solo un buon esercizio per tenere in forma i muscoli della leadership, ma anche per analizzare vizi e virtù di uomini d’impresa, alla luce di una molteplicità di rimandi alle fonti più diverse, dalla Bibbia ai grandi maestri del Rinascimento italiano, passando per i grandi imperatori romani, gli assiomi della Legge di Murphy, favole e storielle ebraiche.

Ma se l’intelligenza è quando ti accorgi che il ragionamento del tuo principale non fila e la saggezza, quando eviti di farglielo notare, forse questo manuale non è consigliabile ai teneri d’audacia e poveri d’iniziativa. Del resto, scrive Iacci, «la crisi accorcia e schiaccia l’orizzonte personale delle strategie personali. Oggi, a differenza del passato, si è perduta l’idea di futuro». Tra strade misteriose e cammellieri, in questo percorso alla ricerca del senso perduto nelle scelte che si compiono nelle grandi organizzazioni, Paolo Iacci mette in fila dalla A alla Zeta i temi più attuali della trasformazione dei ruoli aziendali e dei rapporti di potere e lo fa con la lente dotta del professore, ma anche con l’arma dell’ironia e del paradosso.

[Tweet “L’alfabeto del leader AAA classe dirigente cercasi @paoloiacci @_GNext”]

Così lungo le strade del ritorno, si possono fare incontri interessanti e scoprire che le ragioni della delocalizzazione sono ormai superate dalla complessità di supply chain difficili da controllare. Alla voce “G come Governance”, troviamo anche una postilla sulla stupidità, che dentro e fuori le aziende, «è la più grande forza distruttiva da cui sia stato mai afflitto il genere umano». Chi si occupa di governare le imprese è da sempre alla ricerca di leggi generali in grado di spiegare come funzionano le organizzazioni. Ma attenzione, avverte Iacci, nell’epoca della comunicazione globale, qualsiasi sciocchezza, se ripetuta abbastanza spesso, diventa all’apparenza «una verità indiscutibile». E quando si parla di mantra, al primo posto troviamo la parola «innovazione», ripetuta in tutti i contesti e svuotata di significato nel tentativo di cercare una soluzione alla crisi che non passa. Forse, come sembra suggerire l’autore, varrebbe la pena di «trovare, smettendo di cercare», affidandosi alla guida di «padri» capaci di tracciare se non un «sogno», almeno un progetto ampio o, se non altro, una via retta fino alla meta.

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Italian Manager. Come resistere in un mondo che cambia https://lifestyle.datamanager.it/2016/06/italian-manager-resistere-un-mondo-cambia/ https://lifestyle.datamanager.it/2016/06/italian-manager-resistere-un-mondo-cambia/#respond Thu, 23 Jun 2016 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2016/06/23/italian-manager-resistere-un-mondo-cambia/ Nella Papua Nuova Guinea, Iatmul, Korowai e Asmat sono tribù di cacciatori di teste che praticano il cannibalismo rituale. Nelle grandi metropoli occidentali, c’è un’altra specie di head hunter specializzata nella caccia di manager di alto profilo. Un lavoro antico e ancora circondato da un certo mistero che ha ispirato anche l’omonimo romanzo noir dello […]

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Nella Papua Nuova Guinea, Iatmul, Korowai e Asmat sono tribù di cacciatori di teste che praticano il cannibalismo rituale. Nelle grandi metropoli occidentali, c’è un’altra specie di head hunter specializzata nella caccia di manager di alto profilo.

Un lavoro antico e ancora circondato da un certo mistero che ha ispirato anche l’omonimo romanzo noir dello scrittore norvegese Jo Nesbo. Tutti sono convinti che l’head hunter sia colui che può svelare ai manager i segreti per inserire il turbo alla carriera, ma troppo spesso si dimentica che l’head hunter non è un coach, ma tecnicamente un “cacciatore”. Il reclutatore di teste preferisce figure di altissimo profilo, legate all’area “executive” della società, ma ultimamente, a causa della crisi e della penuria di risorse, il suo terreno di caccia si è allargato anche alle figure intermedie. L’immagine del selezionatore vincente con la sua lista di contatti personali e uno stile di vita fatto di auto di lusso e ristoranti alla moda è un mito anni 80 che sopravvive nell’attività di intermediazione di grandi gruppi specializzati in executive search.

[Tweet “#ItalianManager Come fare carriera in un mondo che cambia @VitoGioia @AngeliEdizioni”]

Per capire come arrivare ai posti di comando, facendo salva la pelle, il giornalista economico, Fabio Magrino, e il più famoso cacciatore di teste italiano, Vito Gioia, hanno scritto un libro a quattro mani (Italian Manager, FrancoAngeli) che spiega senza peli sulla lingua come funziona il mondo dei top manager e dei cacciatori di teste. Con la prefazione di Enrico Sassoon, direttore responsabile di Harvard Business Review Italia e le interviste firmate da Magrino ad alcuni supermanager di successo come Sergio Marchionne, Lamberto Andreotti e Alessandra Perrazzelli, il libro è più di una guida con consigli di sopravvivenza, e rappresenta un vivido spaccato sull’evoluzione del management. La padronanza delle nuove tecnologie e la capacità di “pensare digitale” sono tra le qualità più ricercate. I superstipendi pagati per strappare i manager alla concorrenza, troppo spesso non premiano la schiera di manager subito al di sotto. I top manager giocano da soli, eppure alla prima occasione sono pronti a dichiarare che i risultati sono frutto del gioco di squadra. Il manager rimane il fiduciario degli azionisti, ma oggi deve tenere conto di una crescente platea di portatori d’interesse che azionisti non sono: i dipendenti, i clienti, i fornitori, i partner, il territorio in cui l’azienda opera, l’ambiente fisico, le categorie sociali svantaggiate e l’opinione pubblica.

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HumanDog, perchè il tuo cellulare non si ricarica quando ti vede https://lifestyle.datamanager.it/2016/06/humandog-perche-cellulare-non-si-ricarica-ti-vede/ https://lifestyle.datamanager.it/2016/06/humandog-perche-cellulare-non-si-ricarica-ti-vede/#respond Thu, 23 Jun 2016 00:00:00 +0000 https://lifestyle.datamanager.it/2016/06/23/humandog-perche-cellulare-non-si-ricarica-ti-vede/ Anche se non riesci e a separarti da lui, ci sono almeno cinque differenze sostanziali tra cane e smartphone. Al tuo cane basta vederti per ricaricarsi, allo smartphone no. Lui è il simbolo stesso della fedeltà, il tuo cellulare è il simbolo delle mode che passano. Sulla memoria del telefono hai scaricato 60 applicazioni che […]

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Anche se non riesci e a separarti da lui, ci sono almeno cinque differenze sostanziali tra cane e smartphone. Al tuo cane basta vederti per ricaricarsi, allo smartphone no. Lui è il simbolo stesso della fedeltà, il tuo cellulare è il simbolo delle mode che passano.

Sulla memoria del telefono hai scaricato 60 applicazioni che non usi mai, nella memoria del tuo amico a quattro zampe ci sei solo tu insieme ai suoi croccantini preferiti. Al tuo fido piacciono le carezze, ma ricordati che la sua testa non è touchscreen. Il tuo cane ha la funzione sveglia incorporata, ma non ha un’app per raccogliere i suoi bisogni.

Con il tuo smartphone puoi essere connesso a tutto il mondo, ma il tuo cane non ti abbandonerà mai e con lui non ti sentirai mai veramente solo. Secondo i dati del Rapporto Eurispes 2016, nove italiani su dieci hanno un cellulare, smartphone o no, anche se poi uno su due ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese.

[Tweet “#HumanDog Ci sono almeno 5 differenze tra #cane e #smartphone”]

Il 43,3% degli italiani vive con un animale domestico, per la maggior parte cani (60,8%), che sono considerati membri della famiglia a tutti gli effetti. Nonostante la crisi, i proprietari spendono molto per i propri amici a quattro zampe, tanto da rendere il settore del pet food un vero e proprio business.

Le complesse dinamiche che regolano il rapporto tra l’uomo e gli animali sono un fenomeno che merita attenzione, soprattutto nelle grandi città, dove la convivenza tra cittadini e quattro zampe non è sempre facile. La fotografa e giornalista Silvia Amodio ha catturato il significato di questa relazione speciale in un progetto di 140 foto dal titolo HumanDog (in programma al Castello Sforzesco durante il Photofestival di Milano) che rappresenta anche uno spaccato sociologico sulla società contemporanea e sull’idea di famiglia. «Famiglia significa amore e rispetto per l’altro» – ha spiegato l’autrice. E chi meglio di un cane poteva aiutarmi a rappresentarla»? Single, anziani, famiglie tradizionali e famiglie alterative: tutti si sono prestati per questa sorta di “gioco” per raccontare la loro relazione “speciale” con l’amico più fidato.

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