In un mondo che affronta le sfide globali della crescita e dello sviluppo, collaborare è meglio che competere

A quasi 160 anni dal suo lavoro più noto, L’origine delle specie (1859), Charles Darwin continua ad animare il dibattito sui temi dell’evoluzione e dell’intelligenza (artificiale), come empowerment delle capacità cognitive di rispondere al cambiamento e alla velocità del cambiamento stesso. Il primo contributo arriva dai laboratori universitari e dai tanti eventi, che si ispirano al celebre naturalista che ha cambiato il modo di vedere noi stessi e di guardare il mondo. Tra questi ci piace ricordare, il Darwin Project del MIT, che studia lo scambio di informazioni a tutti i livelli di organizzazione, mettendo insieme modelli biologici fisici e chimici, e il ciclo di conferenze organizzato dal Museo di Storia Naturale di Milano per il Darwin Day, che quest’anno ha sviluppato il concetto di «simbiosi» o come dice la parola stessa di “vita assieme”, perché – in un mondo che affronta le sfide globali della crescita e dello sviluppo, collaborare è meglio che competere. Il secondo spunto arriva invece dal libro di Henry Gee, paleontologo, biologo evoluzionista di formazione e senior editor della rivista scientifica Nature, che nel suo saggio “La specie imprevista, Fraintendimenti sull’evoluzione umana”, edito nell’edizione italiana da Il Mulino, ci invita a riflettere sul concetto di «evoluzione e di trasformazione».

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Il cervello, come hardware

L’uomo si considera il centro della storia o il culmine di essa. Per Henry Gee, ospite di BergamoScienza, invece, siamo solo parte di essa. Un impasto imprevisto e imprevedibile, di natura, cultura e tecnologia. Darwin nell’Origine delle specie non usò la parola “evoluzione” fino all’edizione del 1872. Oggi, i due processi hanno finito per confondersi e in qualche modo confonderci. Dovremmo smettere di sentirci più “speciali” di un insetto che vola o di un lombrico che vive sottoterra. Vale la pena riflettere sull’uso e l’abuso che facciamo del termine “evoluzione”. E forse, inizieremo a considerare l’intelligenza artificiale come una tappa della nostra stessa trasformazione. Uno degli aspetti più interessanti, ma anche più difficili da comprendere – come ci spiega il genetista italiano Edoardo Boncinelli – è la triplicazione del nostro cervello negli ultimi tre milioni di anni. Il cervello non lascia fossili: «Quello che noi possiamo dire è che la capacità cranica è aumentata di tre volte, quindi siamo passati dai 400 grammi di cervello (più o meno quello di uno scimpanzé) ai 1300-1400 grammi dell’uomo moderno. E poi a un certo momento è accaduto qualcosa di inatteso e straordinario: sono comparsi gli strumenti. Accanto ai resti fossili, abbiamo trovato pietre prima solo scheggiate poi sempre più perfezionate, che testimoniano come i nostri lontani progenitori preistorici abbiano utilizzato oggetti e strumenti per una finalità specifica, per risolvere un problema o rispondere al cambiamento delle condizioni ambientali». Una storia che, su una scala temporale differente e a una velocità inversamente proporzionale alla dimensione, assomiglia a quella di un’altra scheggia di silicio “levigata e cesellata”: quella dei duemila transistor Intel 4004 apparsi nel 1971, o del milione di transistor Intel 486 del 1990, o dei cinque milioni di Pentium Pro del 1996. A questo punto, è cominciato un altro tipo di trasformazione, che ci ha permesso di fare un altro salto evolutivo, portandoci nell’era delle connessioni e dell’intelligenza artificiale.

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Arsenali tecnologici

L’evoluzione culturale è velocissima rispetto a quella biologica – infatti – perché succeda qualcosa di importante dal punto di vista biologico occorrono centinaia di migliaia di anni, se non milioni di anni, mentre noi possiamo testimoniare – oggi – che dieci anni o vent’anni fa il nostro modo di vivere, lavorare e scambiare informazioni era completamente diverso. Non va – però – dimenticato che l’evoluzione culturale è direttamente collegata a un certo tipo di cervello, un certo tipo di sistema nervoso, un certo tipo di “attrezzatura” biologica e tecnologica. Del resto, non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento. Nessun organismo naturale è pronto all’evoluzione, ma l’adattamento è quella forza imprevista che permette a taluni di andare avanti e ad altri di scomparire. Solo l’uomo, con l’uso della tecnica è riuscito a creare un arsenale di strumenti con cui vincere la lotta della selezione. Almeno fino a questo momento.

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Anelli mancanti

Chissà come sarebbe la storia raccontata dal punto di vista di una specie che si è estinta milioni di anni fa. Chissà che cosa racconterebbe la storia dell’evoluzione umana se al numero di fatti esigui o anelli mancanti, si potessero sostituire tutti i dati finora raccolti e dispersi nei singoli data base delle singole discipline che se ne occupano. Forse, i potenti motori analitici potrebbero fare emergere correlazioni finora nascoste e nuove teorie sull’evoluzione. Siamo abituati a pensare all’evoluzione come a un processo continuo, lineare che non fa salti. Eppure, dai primati che imparano a usare utensili elementari per procacciarsi il cibo siamo arrivati ai Millennials che usano lo smartphone per comunicare anche da una stanza all’altra.
Gli utensili degli uomini primitivi come i device tecnologici sono parte della stessa storia, pur se discontinua. Anche la scrittura, da destra verso sinistra, ha prodotto una particolare visione del mondo occidentale. La lettura obbliga a una conoscenza concettuale, diversa dall’apprendimento per icone. Ma se si considerano le tecnologie come “corpi estranei” alla “natura umana”, si finisce per perdere di vista l’articolata relazione tra soggetto e strumento che – appunto, se riletta in chiave evolutiva, oltre che neurofisiologica – mostra che in realtà noi agiamo e pensiamo anche in funzione degli strumenti e delle macchine che usiamo per interfacciarci con il mondo e i nostri simili. Questo fatto non significa trascurare eventuali rischi, ma valutarli con maggior consapevolezza e coscienza critica. Probabilmente, le tecnologie già disponibili hanno già modificato lo stesso concetto di memoria e dunque anche quello di apprendimento. Da un modello concettuale e relazionale stiamo passando sempre di più verso un modello funzionale e operativo. Ma si tratta di processi in corso d’opera, i cui effetti sono difficili da valutare e prevedere.

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Energia e informazione

Il concetto di computabilità trascende il formalismo in cui si esprime. L’intelligenza artificiale è ormai dappertutto, grazie allo scambio di informazioni in tempo reale delle macchine che sfruttano le capacità di deep learning. Secondo i dati della Accenture Technology Vision 2017, il report annuale di Accenture che analizza l’evoluzione della tecnologia dei prossimi tre anni, l’intelligenza artificiale potrebbe raddoppiare il tasso di crescita delle economie sviluppate (tra cui l’Italia) entro il 2035 e aumentare la produttività del lavoro con incrementi fino al 40 per cento, a patto che si intervenga radicalmente sul modo di produrre e si rafforzino i ruoli e le competenze delle persone nel guidare la crescita.

Possiamo considerare l’uomo come una macchina biologica intelligente, capace di eseguire un lavoro in costante equilibrio energetico. Materia, energie e informazione. Ma l’intelligenza umana non è l’unica intelligenza possibile. Alla Stanford University si studia la trasmissione delle informazioni su base chimica. In natura sono presenti molti esempi di intelligenza distribuita privi di un sistema nervoso centrale. Quindi, l’intelligenza artificiale delle macchine nel futuro potrebbe percorrere modelli di validazione diversi da quelli umanoidi.

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Umano e artificiale

Evoluzione indica un cambiamento che segue un piano prestabilito di sviluppo, di progresso di miglioramento. Ma è la capacità di adattarsi al cambiamento di un organismo vivente, come di un’azienda, a essere la pietra angolare di tutto l’edifico della selezione naturale, secondo variazioni e trasformazioni che sono inevitabili, casuali e capaci di produrre dei salti evolutivi. Quindi meglio non dare giudizi affrettati, moralistici, o peggio di disprezzo e di rifiuto nei confronti di qualsiasi innovazione. La verità è che non esistono caratteristiche migliori di altre, ma esistono soltanto caratteristiche più adatte a vincere la competizione in un certo ambiente. Se cambia l’ambiente, il valore delle caratteristiche cambia. Per noi umani, che al concetto di evoluzione naturale abbiamo sostituito quello di evoluzione culturale, le cose si complicano quando esercitiamo la volontà di mantenere il controllo, di governare il cambiamento, di essere “resilienti” all’obsolescenza. Alla fine, ci stiamo trasformando, più o meno, da 60 milioni di anni, se partiamo dalla comparsa dei primati. La tecnologia ci renderà più umani. E l’intelligenza artificiale è solo la prossima tappa.

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