Paolo Nespoli

«La tecnologia fa parte della mia vita. I dati sono importanti e fanno la differenza per prendere le decisioni giuste nei momenti difficili»

Se Neil Armstrong e Buzz Aldrin sono passati alla storia per aver piantato la bandiera americana sul suolo lunare, l’italiano Paolo Nespoli resterà nell’immaginario collettivo come colui che ha portato i social network nello spazio. All’inizio, Astropaolo (@astro_paolo) – come è conosciuto dal popolo della Rete – si dichiarava troppo impegnato per seguire l’esempio del suo collega della NASA, “Mike” Massimino, il primo a utilizzare Twitter per comunicare dallo spazio. Eppure, per qualche strana alchimia, Paolo Nespoli, classe 1957, ha il merito di avere ricreato intorno alle missioni spaziali un interesse che sembrava perso per sempre, utilizzando proprio canali come Twitter, YouTube e Flickr. Milioni di internauti hanno comunicato con lui dallo spazio e i nativi digitali hanno ricominciato a sognare, alzando gli occhi dal proprio tablet e guardando le stelle. Il 15 dicembre 2010, Paolo Nespoli ha lasciato la Terra a bordo della navetta Soyuz. La sua permanenza sulla Stazione Spaziale Internazionale è durata sei mesi. La missione MagISStra ha segnato uno dei momenti più importanti della sua carriera. Il futuro del fanciullo, cresciuto a Verano Brianza (MB) – con il grembiule nero, le mani sporche di inchiostro, «intelligente ma troppo vivace», come dicevano le maestre – preoccupava mamma Maria, che non avrebbe mai immaginato di vederlo arrivare così lontano. Eppure, Paolo Nespoli si racconta come un tipo normale, tutto nella sua vita – però – è straordinario, a cominciare dall’incontro nel 1984, tra il sergente volontario di stanza a Beirut e la scrittrice Oriana Fallaci: lui – seguendo gli ordini del suo Generale – le fa da guida tra le macerie della città; lei scrivendo “Insciallah” si ispirerà proprio a lui per raccontare Angelo, il protagonista del romanzo.

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Con la sua aria da cowboy, il passo fuori misura alla John Wayne, lo sguardo magnetico che ricorda Patrick Swayze è difficile immaginarlo rannicchiato per 48 ore in posizione fetale nel modulo russo con le manopole di bachelite rossa: «Forse le stesse di Yuri Gagarin, ma i russi se una cosa funziona non la cambiano…».

I ragazzi sognano di diventare come lui e molte mamme sospirano accompagnando i figli alle sue conferenze.

Abbiamo incontrato Astropaolo in occasione della decima edizione di BergamoScienza (www.bergamoscienza.it). Una lunga fila di persone, dalla Funicolare al Teatro Sociale, nel cuore di Città Alta, aspettava di sentire il racconto del viaggio sulla navetta Soyuz, come si sente raccontare una storiella al bar: «Tre russi, due americani e un italiano…».

La stazione spaziale internazionale (www.esa.int) è un laboratorio di ricerca nello spazio, grande come un campo di calcio. È dotata di circa cento computer portatili IBM e Lenovo Think Pad. Orbita intorno alla Terra a 400 km di altezza, viaggia a una velocità di 28mila km orari, con un periodo orbitale di quasi otto km al secondo. «La Terra ti passa sotto e se vuoi fare una foto all’Italia, finisci per prendere la Grecia. Sedici albe e sedici tramonti al giorno. Si tratta di un laboratorio in tempo reale, in cui l’equipaggio è parte integrante dell’esperimento». Gli astronauti sono scienziati e cavie al tempo stesso. Si tratta dell’unico vero progetto di collaborazione internazionale che coinvolge Canada, Europa, Giappone, Stati Uniti e Russia senza possibilità di veto. «Forse gli USA lo avrebbero già cancellato se non fosse per gli accordi internazionali, ma se vogliamo andare su Marte dobbiamo pensare a una progettualità di questo tipo».

Paolo Nespoli è un eroe positivo dei nostri giorni: un’immagine di speranza per chi crede di potere realizzare i propri sogni con le proprie sole risorse; una fonte di ispirazione anche per i piccoli grandi imprenditori del nostro Paese, impegnati nella sfida difficile di combattere la crisi; una lezione per i manager impegnati a ritrovare il senso di un legame tra il lavoro e la costruzione di un mondo migliore, con aziende migliori e persone migliori.

Per lui che alterna la passione per la fotografia (nello spazio ha scattato più di 26mila foto) con quella per i dati, la programmazione di software per computer è un passatempo. «La tecnologia fa parte della mia vita, è un elemento fondamentale. I dati sono importanti e fanno la differenza, per prendere le decisioni giuste nei momenti difficili».

 

Data Manager: Qual è il futuro dell’esplorazione spaziale?

Paolo Nespoli: Il futuro dell’esplorazione spaziale per me è la continuazione di ciò che stiamo facendo adesso. Forse ritorneremo sulla Luna, ma è fuori di dubbio che andremo su Marte.

Uomini o macchine?

Il successo delle missioni spaziali dipenderà dall’impiego delle migliori risorse, sia uomini, sia macchine. Manderemo le macchine quando non potremo affidare le missioni a equipaggi di persone, ma il fattore umano di reagire all’imprevedibile resta determinante. Una sinergia corretta tra strumenti e uomini permetterà di ottenere i risultati migliori, ma a ciascuno i suoi compiti.

La politica, il potere, il denaro. Come cambia la prospettiva sul mondo quando si guarda la Terra dallo spazio?

Tanti astronauti dicono che da lassù si vede la Terra immersa nello spazio cosmico, ma non si vedono i confini politici. Dallo spazio, la politica non conta, ma si comincia a vedere l’impatto dell’uomo sull’ambiente naturale. Dobbiamo stare molto attenti all’uso che facciamo delle risorse. Dovremmo fare in modo che i nostri politici non lo dimentichino. Dalla cabina di osservazione della Stazione Spaziale, si vede la Svizzera in una piccola area buia, le città italiane sono invece le più luminose. Non abbiamo risorse, ma le sprechiamo per farci riconoscere anche dallo spazio.

Qual è il tuo rapporto personale con la tecnologia?

Io sono tecnologico. Sono un ingegnere e sono un astronauta, che vuol dire lavorare in ambienti operativi estremi. Il rapporto con la tecnologia è molto forte. Mi fido di un razzo che sviluppa l’energia equivalente di una piccola esplosione atomica per spararti in orbita. La tecnologia fa parte della nostra quotidiana esperienza di vita a ogni livello, è quasi una estensione del nostro corpo.

Quale sarà il vero fattore critico: quello umano o quello tecnologico?

Arriveremo a un punto in cui le macchine saranno in grado di prendere decisioni non solo in modo più veloce, ma anche più corretto in situazioni di pressione o di emergenza. Sarà più difficile trasferire alle macchine la capacità umana di generare un pensiero originale o di porsi domande filosofiche sull’esistenza. Non so se le macchine potranno mai avere un’anima. Forse – però – siamo noi stessi delle macchine di materiale biologico.

Come trasformare i dati in conoscenza per prendere le decisioni giuste in tempi difficili?

Quando io ho una domanda o una cosa da cercare mi metto a navigare sulla Rete e in pochi secondi trovo la risposta. E’ una cosa straordinaria e mi spaventa anche un po’. La Rete se usata correttamente è una grande risorsa per diffondere la conoscenza nel mondo. In futuro, forse avremo la possibilità di portare tutta la conoscenza in un taschino, ma ci saranno altri problemi di accesso, di selezione delle informazioni, di interpretazione. Avere i dati a disposizione fa solo bene, questa è la mia filosofia. Bisogna farne buon uso.

Com’è la vita nello spazio?

Sulla stazione spaziale succedono cose strane al tuo corpo, nella media si sta male un paio di giorni. Tutto è organizzato. Tredici ore di lavoro con esperimenti di biologia, fisica dei fluidi e dei materiali, neurobiologia per valutare l’effetto della gravità zero sul cervello e il corpo, un’ora per mangiare, tre ore di esercizio fisico. Poi si dorme in uno spazio grande come una cabina telefonica. I fluidi del corpo e il sangue sono schiacciati verso l’alto. Hai la faccia rossa tutto il tempo, come se fossi a testa in giù, anche se non esiste l’alto e il basso in assenza di gravità. La quantità di ormoni in circolo cambia, gli organi si spostano, cambia la pressione nella scatola cranica e si smette di vedere bene, infatti, io avevo bisogno degli occhiali. Il corpo comincia a perdere calcio perché lo scheletro perde la sua funzione. Dopo sei mesi nello spazio, sono un secondo più giovane e il mio scheletro è dieci anni più vecchio.

Da bambino sapevi che avresti fatto l’astronauta?

Buzz Aldrin è uno dei miei miti dell’infanzia. Sapevo che le probabilità di diventare astronauta erano remote, ma sapevo avrei fatto l’ingegnere. Ho voluto provarci fino in fondo. Se non mi avessero selezionato, avrei continuato a fare l’ingegnere e sarei stato felice.

Che tipo di studente eri a scuola?

A scuola ero uno studente come tanti altri. La scuola italiana non dà agli studenti quello che gli americani chiamano challenge, sfida. La scuola deve aiutarti a studiare ogni materia, non solo quello che ti piace o quello che rende la vita degli insegnati più facile. La scuola deve insegnare un metodo e un approccio per obiettivi.

Qual è la lezione che non hai mai dimenticato?

I sogni sono importanti nella vita di una persona. La lezione che ho imparato è che non bisogna smettere di sognare. Bisogna chiudere gli occhi, distaccarsi dalla realtà e pensare cose impossibili: sognare cose possibili non serve a nulla e non cambia il mondo. Dopo aver chiuso gli occhi e aver immaginato l’impossibile – però – bisogna svegliarsi e lavorare sodo. A piccoli passi, giorno dopo giorno, anche i sogni impossibili diventano realizzabili. Questo è un messaggio molto forte che spero serva a tutti per andare avanti.

La prima cosa che pensi quando ritorni sulla Terra?

La gravità fa schifo.